
■ Essere animatore è: prestare il proprio respiro a chi lo ha perso. Dal latino anima=soffio, vita. È entrare in una stanza spenta e accendere luce senza fare rumore. È prendere persone stanche, distratte, chiuse… e trasformarle in gruppo, in casa, in famiglia. È trasformare l’insieme in comunità, la fatica in gioco e il gioco in memoria.
Non è colui che fa, ma colui che fa fare. Non trascina, accompagna. Non comanda, coinvolge. Non è il protagonista, è il ponte. Non riempie ore, riempie cuori. Legge il silenzio e lo trasforma in canto. Legge la paura e la trasforma in coraggio. È termometro: capisce il clima. È termostato: lo cambia. È presente quando tutti vorrebbero scappare. È coerente quando è più facile mollare.
Semina sorrisi oggi per raccogliere fiducia domani. Non porta risposte già pronte, porta domande che fanno crescere. Non riempie un secchio, accende un fuoco. Si fa dimenticare per far brillare gli altri. Il suo lavoro finisce quando gli altri dicono: “posso farcela anch’io”. Il suo compito è dire senza parole: “in questa stanza nessuno è di troppo. Tu vali, tu conti, tu puoi”.
Se alla fine qualcuno se ne va con il cuore un po’ più leggero e un sorriso in più, allora sì… hai animato. Perché animare è dare respiro dove c’è stanchezza.
Non ho dato lezioni,
ho dato tempo.
Non ho riempito giorni,
ho svuotato paure.
E se oggi qualcuno ride più forte,
forse un pezzo di me
sta respirando lì.
Don Piero 🫂